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[…] L’utilità
pubblica richiedeva che si estirpasse tutto quello che si
opponeva a’ progressi de’ lumi e delle cognizioni, senza de’
quali ogni riforma, e particolarmente quella delle leggi,
sarebbe stata difettosa e funesta. Indebolito il potere de’
nobili, bisognava dunque, prima d’ogni altro, dissipare alcuni
errori che il fanatismo aveva consacrati, e che l’ignoranza,
troppo facile ad esser sedotta, aveva ricevuti. Per ottener
questo fine la filosofia è venuta in soccorso de’ governi,
ed ha prodotti gli effetti più salutari. La superstizione più
non esiste. Questa nemica dichiarata d’ogni utile riforma,
questa leva che agita la terra, fissando il suo punto d’appoggio
ne’ cieli, questa tiranna degl’ingegni, che in tutti i secoli ha
dichiarata una guerra a coloro che, per fortuna degli altri, ma
che, per loro propria disgrazia, la natura ha condannati ad
esser grandi uomini, che nella Grecia condannò Socrate a morire,
caricò di catene Anassagora, esiliò Demetrio Falereo, […] la
superstizione, io dico, che, perpetuando tra gli uomini
l’ignoranza e gli errori, avrebbe per sempre impedita o renduta
funesta ogni riforma delle leggi, è stata proscritta; e la
religione, che il fanatismo aveva per più secoli imbrattata col
sangue delle nazioni e colla miseria de’ popoli, è divenuta
quale deve essere, e quale è stata nella sua origine, il vincolo
della pace e la base delle virtù sociali. Già il sacerdozio più
non si mescola col governo. Lo Stato è più tranquillo, e
l’altare è meglio servito. Tutto si è mutato: l’idee politiche
istesse hanno perduto quel carattere di ferocia e d’intrigo che
le rendeva perniciose, in vece di renderle utili.
[…] Che se il nascondere la verità a’ principi è stata sempre la
causa che ha perpetuati i mali degli uomini; se il
silenzio è stato in tutti i secoli il garante della tirannia e
de’ disordini; se, finalmente, per ottenere una riforma nella
legislazione, bisognava, prima d’ogni altro, scagliarsi contro
l’inopportunità delle leggi antiche, e contro i mali che una
amministrazione difettosa ed imbecille ha cagionato alle
nazioni, non è stato un picciolo ostacolo quello che noi abbiamo
superato, arrogandoci il dritto di pensare e di scrivere con una
libertà che fa egualmente onore a’ principi che la soffrono ed a
coloro che ne sanno far uso [Rara temporum felicitate, ubi
sentire quae velis et quae sentias dicere licet (Tacito,
Historia, lib. I)].
[…] La gloria dell’uomo che scrive è di preparare i materiali utili
a coloro che governano. I prìncipi non hanno il tempo
d’istruirsi. Costretti ad operare, un gran movimento gli agita,
e la loro anima non ha il tempo di fermarsi sopra se medesima.
Essi debbono confidare ad altri la cura di cercare i mezzi
proprii per facilitare le utili imprese. A’ ministri della
verità, a’ pacifici filosofi si appartiene dunque questo sacro
ministero. È vero che, non so per quale funesto destino, l’uomo
di lettere non è sempre ammesso a discutere i grandi interessi
dello Stato alla presenza de’ prìncipi. Egli non può penetrare
in quella rispettabile assemblea ove il sovrano presiede per
fissare la sorte de’ cittadini. Il libero filosofo non può far
altro che confidare la sua anima ad alcuni scritti, interpreti
muti de’ suoi sentimenti. Ma si può tutto sperare in un secolo
nel quale lo spirito di lettura non è incompatibile collo
spirito di sovranità, ed in un secolo nel quale il corso rapido
dell’immaginazione non vien trattenuto dagli ostacoli, che il
dispotismo vi suole opporre. Or questa speranza è quella che mi
fa intraprendere un lavoro così difficile e così complicato.
Scrivendo la scienza della legislazione, il mio fine altro non è
che di facilitare ai sovrani di questo secolo l’impresa di una
nuova legislazione.
[…] A traverso degli errori che vi si troveranno forse sparsi, a
traverso della bassezza, colla quale saranno esposte le più
grandi verità, a traverso degli infiniti difetti che vi si
potranno incontrare, comparirà sempre il mio cuore, che
l’ambizione non ha contaminato, l’interesse non ha sedotto, il
timore non ha avvilito. Il bene pubblico è il solo oggetto di
quest’opera, e lo zelo col quale è scritta è il suo unico
ornamento. Ecco il fondamento delle mie speranze, ecco il titolo
che mi dà il vero dritto alla gloria. Savii della terra,
filosofi di tutte le nazioni, scrittori, o voi tutti a’ quali è
affidato il sacro deposito delle cognizioni, se volete vivere,
se volete che il vostro nome venga scolpito nel tempio della
memoria, se volete che l’immortalità coroni i vostri lavori,
occupatevi in quegli oggetti che fra duemila leghe di spazio e
dopo venti secoli interessano ancora. Non iscrivete mai per un
uomo, ma per gli uomini: unite la vostra gloria agl’interessi
eterni del genere umano; abborrite que’ talenti posseduti cosi
spesso da quelle anime schiave che bruciano un incenso servile
sull’altare dell’adulazione; fuggite quello spirito timido e
venale che non conosce altro sprone che l’interesse, né altro
freno che il timore: disprezzate gli applausi efimeri del volgo
e le riconoscenze mercenarie de’ grandi, le minaccie della
persecuzione e le derisioni dell’ignoranza: istruite con
coraggio i vostri fratelli, e difendete con libertà i loro
dritti; ed allora gli uomini, interessati per la speranza della
felicità, della quale voi mostrate loro la strada, vi
ascolteranno con trasporto; allora la posterità, grata a’ vostri
sudori, distinguerà i vostri scritti nelle biblioteche; allora
né la rabbia impotente della tirannia, né i clamori interessati
del fanatismo, né i sofismi dell’impostura, né le censure
dell’ignoranza, né i furori dell’invidia potranno discreditarli
o seppellirli nell’obblio: essi passeranno da generazione in
generazione colla gloria del vostro nome; essi saran letti, e,
forse, bagnati dalle lagrime di quei popoli che non vi avrebbero
altramente mai conosciuti; ed il vostro genio, sempre utile,
sarà allora il contemporaneo di tutte l’età ed il cittadino di
tutti i luoghi.
Gaetano Filangieri da
La Scienza della Legislazione. |