l'arco
rubrica a cura di Marianna Garofalo


Il “libro nero” del Novecento

Che il campo di concentramento non sia prerogativa del nazionalsocialismo o del regime comunista ce lo dice la storia che nel Novecento ci porterà alla democrazia passando attraverso una tradizione coloniale fatta di deportazioni e genocidi. La rimozione storica invece ci lascerà credere che Auschwitz e gulag sono stati la stessa cosa e che in fondo i gulag sono arrivati prima. Questo uno dei leit motif del  Peccato originale del Novecento che prende le mosse dai revisionismi del Libro nero del comunismo definendolo in breve «un genere letterario che non si addice alla ricerca storica».

Il peccato originale del Novecento non lascia spazio a rimozioni di alcun tipo e non ha bisogno di cifre sensazionali e statistiche a raccontare "l’orrore ormai fuori discussione" del Novecento.

Una storia ben ricostruita che passa attraverso l’analisi dell’uso e della diffusione di termini quali genocidio, regime totalitario e campi di sterminio, in risposta ad una storiografia dalla memoria troppo corta. E questo significa partire già dall’Ottocento, della Herrenvolk democracy, la democrazia per il solo popolo dei signori che si accompagna al processo di colonizzazione e che impone rapporti servili a intere popolazioni: «il governo della legge nella metropoli s’intreccia strettamente con la violenza e l’arbitrio burocratico e poliziesco con lo stato d’assedio nelle colonie». Contro la Herrenvolk democracy prende le mosse Lenin e la rivoluzione d’ottobre si configura da subito nella sua "origine razziale": la conferma starà nel fatto che la Russia bolscevica sarà bollata come antidemocratica , “nemico mortale”della civiltà e della razza in quanto “traditrice” dei bianchi. Qui la rottura fondamentale con la socialdemocrazia che vede nel colonialismo e nella Herrenvolk democracy una tradizione culturale e politica da rivendicare, lì dove il bolscevismo vedrà in questo, il punto di partenza per una critica radicale della società e per una rivoluzione sociale. Tale rottura non interessa la ricostruzione storica del Libro nero che è piuttosto interessata a catalogare i tipi di genocidi, senza tener presente, che sebbene accettabile è la distinzione tra genocidio “di razza”(compiuto dal nazionalsocialismo) e genocidio “di classe” (consumato nei gulag), non sarà il confronto tra numeri e vittime a stabilirne il primato nell’ “orrore”. Volontà genocida «definita dalla preclusione di una qualsiasi via di scampo ai membri del gruppo preso di mira» non è presente nella rieducazione peculiare dei campi di concentramento comunisti, in cui «l’indottrinamento, e il diverso comportamento che ne consegue, modifica il trattamento riservato alla vittima». Non lascia invece via di scampo la “razza”.

Ma soprattutto è già genocidio la prima guerra mondiale, il blocco dell’Intesa nel ’22 verso la Germania e verso la Russia bolscevica, la Food diplomacy americana, l’embargo verso la popolazione cubana e irakena, è già genocidio ciò che è diretto a colpire la popolazione in maniera indistinta e ciò che si giustifica come punizione collettiva. «Non giova né al giudizio storico, né al giudizio morale l’uso approssimativo e irriflesso delle categorie»; è ciò che si imputa al revisionismo e ad una storia ricostruita dalla parte dei “vincitori”.

 «Senza cogliere l’intreccio di orrore e di emancipazione, non si è in grado di comprendere nulla del Novecento». E forse, il vero peccato originale della storia, è non conoscerla.