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Che il campo di concentramento
non sia prerogativa del nazionalsocialismo o del regime
comunista ce lo dice la storia che nel Novecento ci porterà alla
democrazia passando attraverso una tradizione coloniale fatta di
deportazioni e genocidi. La rimozione storica invece ci lascerà
credere che Auschwitz e gulag sono stati la stessa cosa e
che in fondo i gulag sono arrivati prima. Questo uno dei
leit motif del Peccato originale del Novecento
che prende le mosse dai revisionismi del Libro nero del
comunismo definendolo in breve «un genere letterario che non
si addice alla ricerca storica».
Il peccato originale del
Novecento non lascia spazio a rimozioni di alcun tipo e non
ha bisogno di cifre sensazionali e statistiche a raccontare
"l’orrore ormai fuori discussione" del Novecento.
Una storia ben ricostruita che
passa attraverso l’analisi dell’uso e della diffusione di
termini quali genocidio, regime totalitario e
campi di sterminio, in risposta ad una storiografia dalla
memoria troppo corta. E questo significa partire già
dall’Ottocento, della Herrenvolk democracy, la democrazia
per il solo popolo dei signori che si accompagna al processo di
colonizzazione e che impone rapporti servili a intere
popolazioni: «il governo della legge nella metropoli s’intreccia
strettamente con la violenza e l’arbitrio burocratico e
poliziesco con lo stato d’assedio nelle colonie». Contro la
Herrenvolk democracy prende le mosse Lenin e la rivoluzione
d’ottobre si configura da subito nella sua "origine razziale":
la conferma starà nel fatto che la Russia bolscevica sarà
bollata come antidemocratica , “nemico mortale”della civiltà e
della razza in quanto “traditrice” dei bianchi. Qui la rottura
fondamentale con la socialdemocrazia che vede nel colonialismo e
nella Herrenvolk democracy una tradizione culturale e
politica da rivendicare, lì dove il bolscevismo vedrà in questo,
il punto di partenza per una critica radicale della società e
per una rivoluzione sociale. Tale rottura non interessa la
ricostruzione storica del Libro nero che è piuttosto
interessata a catalogare i tipi di genocidi, senza tener
presente, che sebbene accettabile è la distinzione tra genocidio
“di razza”(compiuto dal nazionalsocialismo) e genocidio “di
classe” (consumato nei gulag), non sarà il confronto tra
numeri e vittime a stabilirne il primato nell’ “orrore”. Volontà
genocida «definita dalla preclusione di una qualsiasi via di
scampo ai membri del gruppo preso di mira» non è presente nella
rieducazione peculiare dei campi di concentramento comunisti, in
cui «l’indottrinamento, e il diverso comportamento che ne
consegue, modifica il trattamento riservato alla vittima». Non
lascia invece via di scampo la “razza”.
Ma soprattutto è già genocidio
la prima guerra mondiale, il blocco dell’Intesa nel ’22 verso la
Germania e verso la Russia bolscevica, la Food diplomacy
americana, l’embargo verso la popolazione cubana e irakena, è
già genocidio ciò che è diretto a colpire la popolazione in
maniera indistinta e ciò che si giustifica come punizione
collettiva. «Non giova né al giudizio storico, né al giudizio
morale l’uso approssimativo e irriflesso delle categorie»; è ciò
che si imputa al revisionismo e ad una storia ricostruita dalla
parte dei “vincitori”.
«Senza cogliere l’intreccio di orrore e di
emancipazione, non si è in grado di comprendere nulla del
Novecento». E forse, il vero peccato originale della storia, è
non conoscerla. |