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PRIMA SERIE DI LETTURE DEI CLASSICI DEL PENSIERO POLITICO E FILOSOFICO
ACHTUNG, EUROPA!

alle ore 10.30 presso la sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in via Monte di Dio 14, Napoli

Per la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa: un unico Governo europeo,
un’unica politica estera europea,
un'unica politica economica europea!

Maggio
giugno
2009

«Di fronte alle difficoltà che i nostri paesi e i cittadini sono chiamati ad affrontare, devono ispirarci costantemente la lungimiranza del Manifesto di Ventotene e la tenacia con la quale Altiero Spinelli perseguì il processo di integrazione. Il Parlamento Europeo, adottando venticinque anni orsono il “Progetto di trattato di Unione Europea”, proposto da Altiero Spinelli, indicò con fermezza la strada della costituzionalizzazione e dell’unificazione europea, collegandosi idealmente con il gruppo di resistenti di Ventotene. Oggi come allora vale quell’ideale e quella convinzione: l’Europa non può esitare. […] Nessun paese europeo può illudersi di affrontare da solo e con successo le prove della grave crisi attuale e le sfide di un mondo in rapida trasformazione. Solo unendoci possiamo rafforzare le nostre democrazie e migliorare il nostro modello di vita. Oggi come allora, il Parlamento Europeo si collega idealmente con l’Italia e con Ventotene».
Dal messaggio del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano inviato in occasione della celebrazione del centenario della nascita di Altiero Spinelli nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles.

sabato 23 maggio
Aldo Masullo:
Edmund Husserl; La crisi dell'umanità europea e la filosofia

sabato 30 maggio
Pier Virgilio Dastoli:
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi; Il manifesto di Ventotene: "Per un'Europa libera e unita"

sabato 6 giugno
Biagio de Giovanni:
Luigi Einaudi; La guerra e l’unità europea

sabato 13 giugno
Società di studi politici:
Adolfo Omodeo; Per la riconquista della libertà

sabato 20 giugno
Pier Virgilio Dastoli:
Thomas Mann; Attenzione, Europa!

Da La crisi dell’umanità europea e la filosofia di Edmund Husserl
[…] Per poter comprendere la confusione della “crisi” attuale era indispensabile elaborare il concetto di Europa in quanto teleologia storica di fini razionali infiniti; era indispensabile mostrare come il “mondo” europeo sia nato da idee razionali, cioè dallo spirito della filosofia. La “crisi” poté così rivelarsi come un apparente fallimento del razionalismo. La causa del fallimento di una cultura razionale risiede [...] non nell’essenza del razionalismo stesso, ma soltanto nella manifestazione esteriore, nel suo decadere a “naturalismo” e a “oggettivismo”. […]
[Pertanto] la crisi dell’esistenza europea ha solo due sbocchi: il tramonto dell’Europa, nell’estraneazione rispetto al senso razionale della propria vita, la caduta nell’ostilità allo spirito e nella barbarie, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia, attraverso un eroismo della ragione capace di superare definitivamente il naturalismo. […]
[Tuttavia, oggi] il maggior pericolo dell’Europa è la stanchezza. Combattiamo contro questo pericolo estremo, da “buoni europei”, con quella fortezza d’animo che non teme nemmeno una lotta destinata a durare in eterno. Allora  dall’incendio che distruggerà la miscredenza, dal fuoco soffocato della disperazione della missione umanitaria dell’Occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e una nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell’umanità: perché soltanto lo spirito è immortale.

Da Il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi
La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero. […]
Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani. […]
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica, questione irlandese, ecc., che troverebbero nella federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli Staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie. […]
E quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo. […]
Occorre fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo Stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli Stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli. […]
I giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi. […]
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell'attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l'eredità di tutti i movimenti di elevazione dell'umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!

Da Per la riconquista della libertà di Adolfo Omodeo
[…] In questa guerra è avvenuto che, per consonanze ideali e forme di civiltà profondamente condivise, in molte nazioni lo spirito pubblico ha parteggiato per la causa avversa a quella ufficialmente assunta dai governi
[…]. Senza piena coscienza, la lotta ha assunto un aspetto di guerra civile, proprio perché l’Europa è ormai livellata in una comune civiltà. […]
Ora l’esperienza di questa guerra sta operando in vastissime zone di Europa la dissoluzione dei nazionalismi e rende possibile un ritorno ai concetti di nazionalità e di patria adattabili ad una soluzione federale d’Europa, come salvaguardia contro il ritorno di nuove guerre mondiali e trasformazione dell’equilibrio instabile del continente europeo in un equilibrio stabile, che solo può consentire la rimarginazione delle tremende ferite. Se si lascia sfuggire questo momento propizio di avviare gli spiriti ad una soluzione equa, che cancelli le tracce della “guerra civile europea” […] è prevedibile un lento e tetro processo di fermentazione di nazionalismi esasperati, prologo di future guerre, invece della formazione della patria europea. […]
Dato il carattere di lotta civile assunto dall’odierna guerra, la pace deve insieme consolidare l’unione delle orze vincitrici e pacificare le nazioni vinte con un processo analogo a quello con cui l’America dopo la guerra di secessione costituì l’unità federale. Questo è l’unico modo di salvare all’Europa e all’America la posizione dirigente nel mondo. Tale direzione con questa seconda guerra mondiale è stata gravemente compromessa: sarebbe irrimediabilmente perduta se nel corso di un paio di generazioni ne divampasse una terza. […]
La forma federale deve coraggiosamente includere la limitazione delle sovranità perché ogni sinedrio meramente diplomatico di Stati sovrani include un fermento di guerra: come le anfizionie greche, la vecchia dieta polacca, la dieta germanica e, purtroppo, la Società delle Nazioni. […]
In un’economia livellata per tutto il territorio europeo si ritroverà la solidarietà per conservare il primato del continente nel mondo. […]
L’Europa non deve esaurirsi, come la Grecia antica, in lotte sempre più micidiali e infeconde, per l’incapacità a creare un ordine armonico che accordi i diversi centri politici. Bisogna intraprendere, con più fortuna ed abilità, l’opera che ai suoi tempi tentò Arato di Sicione fra le città greche. In questo orientamento, e non nel costruire imperi di cartapesta, gli Italiani possono riprendere il filo della storia e della tradizione risorgimentale. Ciò non è vana nostalgia di un mondo finito, ma prosecuzione di un’opera a noi affidata.

Da La guerra e l'unità europea * di Luigi Einaudi
[…] Ma noi non ci salveremo dall’imbarbarimento scientifico, peggiore di gran lunga della barbarie primeva, col gareggiare con gli altri popoli nel preparare armi più micidiali di quelle da essi possedute. La sola speranza di salvare noi e gli altri sta nel farci, noi prima degli altri ed ove faccia d’uopo, noi soli, portatori di un’idea più alta di quella altrui. […]
Non il primato economico; ché quello viene sempre dietro, umile ancella, al primato spirituale. Dico quel primato che, nell’epoca feconda del Risorgimento, si attuava nella difesa delle idee di fratellanza, di cooperazione, di libertà, che diffuse dalla predicazione incessante di Giuseppe Mazzini e rese operanti, nei limiti delle possibilità politiche, da Camillo di Cavour, avevano conquistato alla nuova Italia la simpatia, il rispetto e l’aiuto dell’Europa.
Non giova rinunciare a questa nostra tradizione del Risorgimento, pensando di poter trarre pro dalle discordie altrui. […]
Se noi non sapremo farci portatori di un ideale umano e moderno nell’Europa d’oggi, smarrita ed incerta sulla via da percorrere, noi siamo perduti e con noi è perduta l’Europa. Esiste, in questo nostro vecchio continente, un vuoto ideale spaventoso. Quella bomba atomica, di cui tanto paventiamo, vive purtroppo in ognuno di noi. Non della bomba atomica dobbiamo soprattutto aver timore, ma delle forze malvage le quali ne scatenarono l’uso. A questo scatenamento noi dobbiamo opporci; e la sola via d’azione che si apre d’innanzi è la predicazione della buona novella.
Quale sia questa buona novella sappiamo: è l’idea di libertà contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza bruta. L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno è un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne promuovano esse medesime i fini, sino all’estremo limite in cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera comunità. Alla creazione di quest’Europa, l’Italia deve essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità. […]
Non basta predicare gli Stati Uniti d’Europa ed indire congressi di parlamentari. Quel che importa è che i parlamenti di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa rinuncino ad una parte della loro sovranità a pro di un parlamento nel quale siano rappresentati, in una camera elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza distinzione fra Stato e Stato ed in proporzione al numero degli abitanti, e nella camera degli Stati siano rappresentati, a parità di numero, i singoli Stati.
Questo è l’unico ideale per cui valga la pena lavorare; l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere doganali, nella limitazione dei sistemi ferroviari, fluviali, portuali, elettrici e simili al territorio nazionale, bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, nelle istituzioni culturali, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire qualcosa alla vita spirituale degli altri popoli. Ma alla conquista di una ricca varietà di vite nazionali, liberamente operanti nel quadro della unificata vita europea, noi non arriveremo mai se qualcuno dei popoli europei non se ne faccia banditore.
Auguro che questo popolo sia l’italiano. […]
Perché non dovremmo anche noi far trionfare in Europa gli ideali immortali, i quali hanno fatto l’Italia unita e si chiamavano libertà spirituale degli uomini, elevazione di ogni uomo verso il divino, cooperazione tra i popoli, rinuncia alle pompe inutili, tra cui massima la pompa nefasta del mito della sovranità assoluta?
Difendendo i nostri ideali a viso aperto, rientrando, col proposito di difenderli a viso aperto, nella consociazione dei popoli liberi, e prendendo con quell’intendimento parte ai dibattiti fra i potenti della terra, noi avremo assolto il nostro dovere. Se, ciononostante, l’Europa vorrà rinselvatichire, noi non potremo essere rimproverati dalle generazioni venture degli italiani di non avere adempiuto sino all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente.
* Discorso pronunciato all’Assemblea Costituente nella seduta del 29 luglio 1947.

Da Attenzione, Europa! di Thomas Mann
“La gente giovane non ascolta più. Certo per ascoltare ci vuole anche una particolare cultura”. Cultura! Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia. Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana, il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza, che rimane miserabile rilassatezza per quanto prenda atteggiamenti risoluti, insomma: come se la cultura, in quanto forma, volontà di libertà e di verità, vita coscienziosamente vissuta, sforzo infinito, non fosse la disciplina morale stessa! Mi piace una poesia della vecchiaia di Goethe, che comincia con le parole:


Dov’è uno che si affatichi
Col peso che noi abbiamo portato?

Sì, dov’è uno che si affatichi? I figli del mondo giovane affermano di avere la vita più difficile di quella che abbiamo mai avuta noi, perché ad essi è riservata l’avventura, la miseria, l’assoluta incertezza, mentre noi abbiamo potuto crescere nella sicurezza economica dell’epoca borghese. Il fatto decisivo è che essi non sanno più che cosa sia “cultura” nel senso più elevato e più profondo, che cosa sia il lavoro in sé stesso, la responsabilità e la sollecitudine individuale, e trovano invece più comodo adagiarsi nella vita collettiva. La vita collettiva è una sfera comoda in confronto con l’individuale, comoda fino alla dissolutezza; quello che la generazione collettivistica si augura, si concede ed approva sono le vacanze continuate dal proprio Io. Questa gioventù ama il fatto per se stesso di perdersi nella massa, sottraendosi ad ogni serietà di vita personale, senza preoccuparsi molto delle mète della marcia. [...]
L’incredibile decadenza culturale e il regresso morale, che noi effettivamente constatiamo rispetto all’Ottocento, non è il risultato della guerra, per quanto essa lo abbia favorito, ma era in corso già prima. È un fenomeno singolare, determinato in prima linea dall’ascesa dell’uomo massa e dal suo impadronirsi del potere, come ha brillantemente descritto José Ortega y Gasset nel suo libro La rebelión de las masas. È tragico constatare che alla generosità dell’Ottocento – di quell’epoca grandiosa nella sua produttività, grazie per i cui benefici scientifici e sociali la popolazione europea ha potuto triplicarsi – che, dico, alla straordinaria buona volontà di quel secolo va attribuita la colpa di tutta la sconsigliatezza del nostro presente; che questa crisi, che minaccia di rigettarci nella barbarie, ha la sua radice nella miope magnanimità di quel secolo. Ortega descrive magnificamente l’invasione delle nuove masse in una civiltà di cui esse si servono come se fosse natura, senza conoscerne le complicatissime premesse e senza quindi averne il minimo rispetto. Un esempio del loro modo di comportarsi verso le condizioni a cui debbono la vita è che esse calpestano, o per meglio dire sfruttano la democrazia liberale, per distruggerla. È possibilissimo che con tutto il loro amore puerile e primitivo per la tecnica provochino la decadenza anche di questa, perché non sospettano che essa non è che il prodotto utilitario di uno studio libero e disinteressato per amore della conoscenza e perché disprezzano l’idealismo e tutto ciò che ha da fare con esso, quindi la libertà e la verità. Il fenomeno di questo quasi brusco abbassamento di livello, di questo regresso, di questo ritorno al primitivo, non solo fino all’ottusità di fronte alla sfumatura, ma fino all’odio violento di essa, questo fenomeno, che il secolo XIX non avrebbe ritenuto possibile, perché credeva nella durata, riempie di sgomento, in quanto apre ulteriori possibilità e mostra che le più grandi conquiste possono andare ancora perdute e cadere nell’oblío, e che la civiltà stessa non è affatto sicura da un tale destino. [...]
In ogni umanesimo c’è un elemento di debolezza che va congiunto col suo disprezzo del fanatismo, con la sua tolleranza e col suo amore del dubbio, insomma con la sua naturale bontà, e che in certe circostanze può diventargli fatale. Ciò che oggi sarebbe necessario è un umanesimo militante, un umanesimo che scopra la propria forza e si saturi della convinzione che il principio della libertà, della tolleranza e del dubbio non deve lasciarsi sfruttare e sorpassare da un fanatismo, che è senza vergogna e senza dubbi. Se l’umanesimo europeo è diventato incapace di una gagliarda rinascita delle sue idee; se non è più in grado di rendere la propria anima consapevole di sé stessa in una pugnace alacrità di vita, andrà in rovina e ci sarà una Europa, il cui nome non sarà più che un’espressione e da cui sarebbe meglio rifugiarsi nella neutralità fuori del tempo.

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