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Da La crisi dell’umanità europea e
la filosofia di Edmund
Husserl
[…] Per poter comprendere
la confusione della “crisi” attuale era indispensabile
elaborare il concetto di
Europa in quanto teleologia
storica di fini razionali infiniti; era indispensabile
mostrare come il “mondo” europeo sia nato da idee razionali,
cioè dallo spirito della filosofia. La “crisi” poté così
rivelarsi come un apparente
fallimento del razionalismo. La causa del fallimento di una
cultura razionale risiede [...] non nell’essenza del
razionalismo stesso, ma soltanto nella manifestazione
esteriore, nel suo decadere a “naturalismo” e a
“oggettivismo”. […]
[Pertanto] la crisi dell’esistenza europea ha solo due
sbocchi: il tramonto dell’Europa, nell’estraneazione
rispetto al senso razionale della propria vita, la caduta
nell’ostilità allo spirito e nella barbarie, oppure la
rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia,
attraverso un eroismo della ragione capace di superare
definitivamente il naturalismo. […]
[Tuttavia, oggi] il maggior pericolo dell’Europa è la
stanchezza. Combattiamo contro questo pericolo estremo, da
“buoni europei”, con quella fortezza d’animo che non teme
nemmeno una lotta destinata a durare in eterno. Allora dall’incendio
che distruggerà la miscredenza, dal fuoco soffocato della
disperazione della missione umanitaria dell’Occidente, dalla
cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una
nuova interiorità di vita e una nuova spiritualità, il primo
annuncio di un grande e remoto futuro dell’umanità: perché
soltanto lo spirito è immortale.
Da Il Manifesto di Ventotene di
Altiero Spinelli e
Ernesto Rossi
La civiltà moderna ha
posto come proprio fondamento il principio della libertà,
secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui
ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è
venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli
aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero. […]
Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale
qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva
abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali
sovrani. […]
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano
la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a
popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al
mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica,
questione irlandese, ecc., che troverebbero nella federazione
Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in
passato i corrispondenti problemi degli Staterelli entrati a far
parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la
loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le
diverse provincie. […]
E quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si
abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che
costituiscono l'umanità, bisogna pur riconoscere che la
federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i
rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su
una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano
avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero
globo. […]
Occorre fin d'ora gettare le fondamenta di un movimento che
sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo
organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più
innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo
Stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al
posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie
economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli
organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli Stati
federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine
comune, pur lasciando agli Stati stessi l'autonomia che consente
una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica
secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli. […]
I giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per
ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella
lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare
le possibilità effettive di proseguire gli studi fino ai gradi
superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi. […]
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi
fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che
sopraggiunge, così diverso da tutto quello che si era
immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove
energie fra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano,
cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno
scorto i motivi dell'attuale crisi della civiltà europea, e che
perciò raccolgono l'eredità di tutti i movimenti di elevazione
dell'umanità, naufragati per incomprensione del fine da
raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere
percorsa, e lo sarà!
Da Per la riconquista della libertà
di Adolfo Omodeo
[…] In questa guerra è avvenuto che, per consonanze ideali e forme di civiltà profondamente condivise, in
molte nazioni lo spirito pubblico ha parteggiato per la causa avversa a quella ufficialmente assunta dai governi
[…]. Senza piena coscienza, la lotta ha assunto un aspetto di guerra civile, proprio perché l’Europa è ormai livellata
in una comune civiltà. […]
Ora l’esperienza di questa guerra sta operando in vastissime zone di Europa la dissoluzione dei nazionalismi
e rende possibile un ritorno ai concetti di nazionalità e di patria adattabili ad una soluzione federale d’Europa,
come salvaguardia contro il ritorno di nuove guerre mondiali e trasformazione dell’equilibrio instabile del continente
europeo in un equilibrio stabile, che solo può consentire la rimarginazione delle tremende ferite. Se si lascia
sfuggire questo momento propizio di avviare gli spiriti ad una soluzione equa, che cancelli le tracce della “guerra
civile europea” […] è prevedibile un lento e tetro processo
di fermentazione di nazionalismi esasperati, prologo di future guerre, invece della formazione della patria europea.
[…]
Dato il carattere di lotta civile assunto dall’odierna guerra, la pace deve insieme consolidare l’unione delle
orze vincitrici e pacificare le nazioni vinte con un processo analogo a quello con cui l’America dopo la guerra di
secessione costituì l’unità federale. Questo è l’unico modo di salvare all’Europa e all’America la posizione dirigente
nel mondo. Tale direzione con questa seconda guerra mondiale è stata gravemente compromessa: sarebbe
irrimediabilmente perduta se nel corso di un paio di generazioni
ne divampasse una terza. […]
La forma federale deve coraggiosamente includere la limitazione delle sovranità perché ogni sinedrio meramente
diplomatico di Stati sovrani include un fermento di guerra: come le anfizionie greche, la vecchia dieta polacca,
la dieta germanica e, purtroppo, la Società delle Nazioni. […]
In un’economia livellata per tutto il territorio europeo si ritroverà la solidarietà per conservare il primato del continente
nel mondo. […]
L’Europa non deve esaurirsi, come la Grecia antica, in lotte sempre più micidiali e infeconde, per l’incapacità a
creare un ordine armonico che accordi i diversi centri politici. Bisogna intraprendere, con più fortuna ed abilità,
l’opera che ai suoi tempi tentò Arato di Sicione fra le città
greche. In questo orientamento, e non nel costruire imperi di cartapesta, gli Italiani possono riprendere il filo della
storia e della tradizione risorgimentale. Ciò non è vana nostalgia di un mondo finito, ma prosecuzione di un’opera
a noi affidata.
Da La guerra e
l'unità europea * di Luigi Einaudi
[…] Ma noi non ci
salveremo dall’imbarbarimento scientifico, peggiore di gran
lunga della barbarie primeva, col gareggiare con gli altri
popoli nel preparare armi più micidiali di quelle da essi
possedute. La sola speranza di salvare noi e gli altri sta nel
farci, noi prima degli altri ed ove faccia d’uopo, noi soli,
portatori di un’idea più alta di quella altrui. […]
Non il primato economico; ché quello viene sempre dietro, umile
ancella, al primato spirituale. Dico quel primato che,
nell’epoca feconda del Risorgimento, si attuava nella difesa
delle idee di fratellanza, di cooperazione, di libertà, che
diffuse dalla predicazione incessante di Giuseppe Mazzini e rese
operanti, nei limiti delle possibilità politiche, da Camillo di
Cavour, avevano conquistato alla nuova Italia la simpatia, il
rispetto e l’aiuto dell’Europa.
Non giova rinunciare a questa nostra tradizione del
Risorgimento, pensando di poter trarre pro dalle discordie
altrui. […]
Se noi non sapremo farci portatori di un ideale umano e moderno
nell’Europa d’oggi, smarrita ed incerta sulla via da
percorrere, noi siamo perduti e con noi è perduta l’Europa.
Esiste, in questo nostro vecchio continente, un vuoto ideale
spaventoso. Quella bomba atomica, di cui tanto paventiamo, vive
purtroppo in ognuno di noi. Non della bomba atomica dobbiamo
soprattutto aver timore, ma delle forze malvage le quali ne
scatenarono l’uso. A questo scatenamento noi dobbiamo opporci;
e la sola via d’azione che si apre d’innanzi è la
predicazione della buona novella.
Quale sia questa buona novella sappiamo: è l’idea di libertà
contro l’intolleranza, della cooperazione contro la forza
bruta. L’Europa che l’Italia auspica, per la cui attuazione
deve lottare, non è un’Europa chiusa contro nessuno è
un’Europa aperta a tutti, un’Europa nella quale gli uomini
possano liberamente far valere i loro contrastanti ideali e
nella quale le maggioranze rispettino le minoranze e ne
promuovano esse medesime i fini, sino all’estremo limite in
cui essi sono compatibili con la persistenza dell’intera
comunità. Alla creazione di quest’Europa, l’Italia deve
essere pronta a fare sacrificio di una parte della sua sovranità.
[…]
Non basta predicare gli Stati Uniti d’Europa ed indire
congressi di parlamentari. Quel che importa è che i parlamenti
di questi minuscoli Stati i quali compongono la divisa Europa
rinuncino ad una parte della loro sovranità a pro di un
parlamento nel quale siano rappresentati, in una camera
elettiva, direttamente i popoli europei nella loro unità, senza
distinzione fra Stato e Stato ed in proporzione al numero degli
abitanti, e nella camera degli Stati siano rappresentati, a
parità di numero, i singoli Stati.
Questo è l’unico ideale per cui valga la pena lavorare;
l’unico ideale capace di salvare la vera indipendenza dei
popoli, la quale non consiste nelle armi, nelle barriere
doganali, nella limitazione dei sistemi ferroviari, fluviali,
portuali, elettrici e simili al territorio nazionale, bensì
nella scuola, nelle arti, nei costumi, nelle istituzioni
culturali, in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che
ogni popolo sappia contribuire qualcosa alla vita spirituale
degli altri popoli. Ma alla conquista di una ricca varietà di
vite nazionali, liberamente operanti nel quadro della unificata
vita europea, noi non arriveremo mai se qualcuno dei popoli
europei non se ne faccia banditore.
Auguro che questo popolo sia l’italiano. […]
Perché non dovremmo anche noi far trionfare in Europa gli
ideali immortali, i quali hanno fatto l’Italia unita e si
chiamavano libertà spirituale degli uomini, elevazione di ogni
uomo verso il divino, cooperazione tra i popoli, rinuncia alle
pompe inutili, tra cui massima la pompa nefasta del mito della
sovranità assoluta?
Difendendo i nostri ideali a viso aperto, rientrando, col
proposito di difenderli a viso aperto, nella consociazione dei
popoli liberi, e prendendo con quell’intendimento parte ai
dibattiti fra i potenti della terra, noi avremo assolto il
nostro dovere. Se, ciononostante, l’Europa vorrà
rinselvatichire, noi non potremo essere rimproverati dalle
generazioni venture degli italiani di non avere adempiuto sino
all’ultimo al dovere di salvare quel che di divino e di umano
esiste ancora nella travagliata società presente.
* Discorso pronunciato all’Assemblea
Costituente nella seduta del 29 luglio 1947.
Da Attenzione, Europa! di Thomas
Mann
“La gente giovane non ascolta più. Certo per ascoltare ci vuole anche una particolare cultura”. Cultura! Le risa
beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto
della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia.
Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana, il contrario anche della pigrizia,
di una miserabile rilassatezza, che rimane miserabile rilassatezza
per quanto prenda atteggiamenti risoluti, insomma: come se la cultura, in quanto forma, volontà di libertà
e di verità, vita coscienziosamente vissuta, sforzo infinito, non fosse la disciplina morale stessa! Mi piace una poesia
della vecchiaia di Goethe, che comincia con le parole:
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Dov’è uno che si affatichi
Col peso che noi abbiamo portato?
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Sì, dov’è uno che si affatichi? I figli del mondo giovane affermano di avere la vita più difficile di quella che abbiamo
mai avuta noi, perché ad essi è riservata l’avventura, la miseria, l’assoluta incertezza, mentre noi abbiamo potuto
crescere nella sicurezza economica dell’epoca borghese. Il fatto decisivo è che essi non sanno più che cosa sia “cultura”
nel senso più elevato e più profondo, che cosa sia il lavoro in sé stesso, la responsabilità e la sollecitudine individuale,
e trovano invece più comodo adagiarsi nella vita collettiva. La vita collettiva è una sfera comoda in confronto
con l’individuale, comoda fino alla dissolutezza; quello che la generazione collettivistica si augura, si concede ed
approva sono le vacanze continuate dal proprio Io. Questa gioventù ama il fatto per se stesso di perdersi nella massa,
sottraendosi ad ogni serietà di vita personale, senza preoccuparsi
molto delle mète della marcia. [...]
L’incredibile decadenza culturale e il regresso morale, che noi effettivamente constatiamo rispetto all’Ottocento,
non è il risultato della guerra, per quanto essa lo abbia favorito, ma era in corso già prima. È un fenomeno singolare,
determinato in prima linea dall’ascesa dell’uomo massa e dal suo impadronirsi del potere, come ha brillantemente
descritto José Ortega y Gasset nel suo libro La rebelión de las
masas. È tragico constatare che alla generosità dell’Ottocento – di quell’epoca grandiosa nella sua
produttività, grazie per i cui benefici scientifici e sociali la
popolazione europea ha potuto triplicarsi – che, dico, alla straordinaria buona volontà di quel secolo va attribuita la
colpa di tutta la sconsigliatezza del nostro presente; che questa crisi, che minaccia di rigettarci nella barbarie, ha la
sua radice nella miope magnanimità di quel secolo. Ortega descrive magnificamente l’invasione delle nuove
masse in una civiltà di cui esse si servono come se fosse natura, senza conoscerne le complicatissime premesse e
senza quindi averne il minimo rispetto. Un esempio del loro modo di comportarsi verso le condizioni a cui debbono
la vita è che esse calpestano, o per meglio dire sfruttano la democrazia liberale, per distruggerla. È possibilissimo
che con tutto il loro amore puerile e primitivo per la tecnica provochino la decadenza anche di questa, perché
non sospettano che essa non è che il prodotto utilitario di uno studio libero e disinteressato per amore della conoscenza
e perché disprezzano l’idealismo e tutto ciò che ha da fare con esso, quindi la libertà e la verità. Il fenomeno
di questo quasi brusco abbassamento di livello, di questo regresso, di questo ritorno al primitivo, non solo fino
all’ottusità di fronte alla sfumatura, ma fino all’odio violento
di essa, questo fenomeno, che il secolo XIX non avrebbe ritenuto possibile, perché credeva nella durata,
riempie di sgomento, in quanto apre ulteriori possibilità e mostra che le più grandi conquiste possono andare ancora
perdute e cadere nell’oblío, e che la civiltà stessa non è affatto sicura da un tale destino. [...]
In ogni umanesimo c’è un elemento di debolezza che va congiunto col suo disprezzo del fanatismo, con la sua
tolleranza e col suo amore del dubbio, insomma con la sua naturale bontà, e che in certe circostanze può diventargli
fatale. Ciò che oggi sarebbe necessario è un umanesimo militante, un umanesimo che scopra la propria forza e si
saturi della convinzione che il principio della libertà, della tolleranza e del dubbio non deve lasciarsi sfruttare e sorpassare
da un fanatismo, che è senza vergogna e senza dubbi. Se l’umanesimo europeo è diventato incapace di
una gagliarda rinascita delle sue idee; se non è più in grado di rendere la propria anima consapevole di sé stessa
in una pugnace alacrità di vita, andrà in rovina e ci sarà una Europa, il cui nome non sarà più che un’espressione
e da cui sarebbe meglio rifugiarsi nella neutralità fuori del tempo.
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