I venerdì della politica - Che cos'è la democrazia


Biagio de Giovanni:
«Essenza e valore della democrazia moderna»
relazione di Anna Lisa Palermo

Elevare all’ordine di un problema ciò che risulta ovvio per il pensiero del senso comune, smontare le impalcature che sorreggono il nostro quotidiano per svelarne i punti di crisi: questo è il tema di lavoro assegnato alla filosofia. La democrazia incarna la forma che la politica ha assunto nella nostra cultura occidentale: alle origini stesse di tale idea si annida anche il germe della sua crisi. E’ necessario quindi, a partire dall’epoca moderna, pensare ancora e di nuovo l’archè, i principi che fondano la democrazia, ne sostengono l’attuazione e che al contempo anticipano le sue trasformazioni future.
A questo scopo, il prof. Biagio de Giovanni, il 17 novembre 2006, nella sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ha tenuto una lezione intorno all’essenza ed al valore della democrazia. Ripensare i principi, ha affermato il professore, è l’unico modo per sottrarre questa forma della politica alla deriva cui essa è incorsa a partire dall’età moderna.
Il pensiero moderno della democrazia fonda infatti una tradizione che è oblio di tali origini, che riduce i principi della democrazia ad immagini senza vita e quindi senza valore.
Il doppio volto che assume la democrazia in epoca moderna rivela due espressioni solo apparentemente in contrasto fra loro: il pensiero ultrademocratico, promotore di diritti, e il pensiero reazionario, alimentato da un progressivo conformismo. Tanto il conformismo reazionario quanto lo slancio ultrademocratico negano il valore dei principi della democrazia moderna, dimenticano, allontanano lo sguardo dall’uguaglianza, dalla libertà, dalla fraternità, quali abiti smessi e non più adatti ai tempi.
Per liberare la democrazia dal sentimento contrastante che nega il suo valore ancora vitale per la nostra cultura occidentale, occorre un pensiero che ne risvegli i principi fondanti.
Biagio de Giovanni cita un testo di Maria Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, la filosofa spagnola sfuggita alla dittatura di Franco negli anni ’30 del 900. Maria Zambrano individua nella democrazia della polis greca il primo spazio di riconoscimento, il luogo originario in cui l’uomo legge nell’altro la condizione umana, prende in considerazione l’altro come uomo. È in questa dimensione che compaiono per la prima volta le figure del rispetto e del riconoscimento; del rispetto Kant farà il cuore della sua morale, nel riconoscimento Hegel collocherà la figura attraverso la quale l’individuo fa irruzione nella società gerarchica degli ordini, infrangendo il sistema dell’Ancien Régime.
Queste costituiscono le matrici del pensiero democratico cui Biagio de Giovanni ci invita ad aderire, che ci richiama ad interrogare, al fine di riportare in vita il valore della democrazia, per sottrarla alla “cetualizzazione”in cui, invece, la politica si è rifugiata. Ridotta a mera immanenza di interessi e di calcoli, la politica è trasformata nel governo del globo, non di un pianeta abitato da vite umane. L’interdipendenza tra le parti di questa uniforme figura geometrica cui è ridotto il mondo, produce una politica che non richiede partecipazione tra i differenti paesaggi culturali che compongono l’umanità. Riduce la politica a gioco di calcoli e di spartizione tra un numero circoscritto di addetti ai lavori, di tecnici della politica. Ciò produce la crisi della rappresentanza politica e della pubblicità nell’amministrazione della cosa pubblica, cui è incorsa la democrazia moderna. I margini di tale frattura sono ricomponibili solo alla luce dei principi che fondano la cultura politica dell’occidente.
Nella polis, prima formazione politica che prelude alla nascita dello Stato, l’uomo riconosce la propria stessa condizione umana nell’altro. È tenuto a rispettarlo come altro, cioè simile a lui, ma in quanto bisognoso di tale riconoscimento, individuato come diverso, estraneo. Nell’esperienza della polis, si riconosce l’origine della massima kantiana: l’altro, da prendere in considerazione, rispettare, sempre e solo come fine in sé, mai come mezzo. Il ridurre l’altro a mezzo si ripercuoterebbe sulla mia stessa, personale condizione di uomo, degradata e non riconosciuta nella propria differenza, estraneità che non può essere ridotta a strumento.
L’uguaglianza della condizione umana di partenza è garanzia di rispetto dell’altro, quindi della sua libertà: è questa l’origine e la storia di due dei principi in seno ai quali nasce la democrazia.
La lotta per l’affermazione di questi principi è incarnata dalla storia della coscienza illustrata da Hegel nella Fenomenologia dello spirito. A questo proposito, Biagio de Giovanni, segnala la figura hegeliana del Riconoscimento, come l’elemento che umanizza la storia. Nella lotta per il riconoscimento, ciascuno combatte perché sia riconosciuta la propria condizione di uomo. Attraverso tale lotta s’infrange il movimento verticale della storia e la società gerarchica degli ordini che su di essa è fondata. L’individuo afferma la propria posizione nel mondo a proprie spese, attraverso le proprie forze: non a partire dall’ordine che gli è stato assegnato per diritto di nascita e per volere divino.
La figura del riconoscimento costituisce un ordine di mediazione tra i principi ambigui che sono al cuore della democrazia: libertà, uguaglianza, fraternità, sono elementi che animano la storia rendendola umana, custodendo la molteplicità nell’unità. Tali principi però, non vanno trasformati in dati ipostatizzati, ma continuamente resi umani, immersi in una dimensione vitale e storica. La libertà, rischia infatti di essere ridotta a strumento di esasperata affermazione d’individualismo. L’uguaglianza, può irrigidirsi nell’omologazione di massa, nel conformismo e nella ricerca della sicurezza che solo l’uniformità può garantire. L’anomìa è la culla di ogni dispotismo e totalitarismo. La fratellanza, spina nel fianco dell’universalismo, richiede un senso di appartenenza che può estendersi alle derive del fondamentalismo.
La figura del riconoscimento ha valore vitale dal momento in cui l’interdipendenza tra gli eventi che si susseguono nella storia ha assunto un nuovo ordine di ragioni, ha compiuto un salto dimensionale. Il conflitto tra due culture, tra est ed ovest, si è trasformato in una lotta per il riconoscimento in ogni angolo del pianeta ed ha superato il confine degli stati e delle nazioni.
Il ruolo mediatore tra i principi democratici che la figura del riconoscimento svolge è garanzia di molteplicità, di dialogo tra le differenze. Il principio di uguaglianza è animato dal riconoscimento e dal rispetto della diversità delle culture, della pluralità delle condizioni e dei paesaggi umani. Il principio della libertà è reso attuale e vivo dalla necessità di non confonderlo con un’assoluta e dispotica affermazione della propria volontà. L’individuo, infatti, intenzionalità e desiderio di dar inizio ad una nuova serie, rimane uomo solo finché riconosce nell’altro la sua capacità di autodeterminazione e di decisione. Infine il principio di fratellanza, può essere fonte di una crescita della ragione dialettica, solo fino a che sia esteso tale senso di appartenenza alla comunità degli esseri umani, e non ad uno spazio circoscritto a confini angusti.
La democrazia, dunque, richiede di esser ripensata alla luce del processo storico che essa stessa, attraverso i principi su cui è retta, anima ed umanizza. Il senso ed il valore della democrazia sono individuabili solo a partire dalla complessità del presente. I principi democratici vanno sottratti all’univocità dei sistemi di pensiero, liberati da quella che è una prigione angusta: la passione imbecille per il proprio interesse, denunciata già da Tocqueville.